Alcuni ricercatori francesi stanno sviluppando un indicatore che permette di comprendere meglio l’evoluzione di un coma. 4 giorni, 20 giorni, 2 mesi, 1 anno: quanto tempo questa o quella persona in coma impiegherà per risvegliarsi? Di fronte alle domande delle famiglie, i neurologi spesso non sono ancora in grado di stabilire se e quando una persona in coma sarà in grado di riprendere coscienza. Ma un team di ricerca dell’Inserm, in collaborazione con la terapia intensiva del Policlinico Universitario di Tolosa, ha mostrato per la prima volta il grado di comunicazione tra le due aree del cervello che potrebbe prevedere il recupero del paziente in tre mesi.

Nel loro lavoro pubblicato l’11 novembre 2015 sulla rivista Neurology, gli scienziati hanno spiegato come un test di risonanza magnetica (MRI) permetta di valutare meglio lo stato di un paziente in coma. Le osservazioni fatte usando questa tecnica sul cervello di 27 persone in coma, sia a causa di una lesione traumatica cerebrale (14) o di un arresto cardiaco (13) hanno mostrato una perdita di comunicazione maggiore tra una struttura situata dietro il cervello chiamata corteccia postero-mediale (CPM) e la parte anteriore del cervello, la corteccia frontale mediale (CFM).

Finora nulla d’insolito, poiché durante un’anestesia generale o durante il sonno, la CPM presenta notoriamente un’attività ridotta. Ma ribadendo le loro osservazioni nel corso del tempo, i ricercatori sono stati in grado di andare oltre nella comprensione del coma. Infatti, hanno valutato il livello di compromissione della connessione CPM-CFM all’inizio del coma fino a tre mesi dopo. Questo ha permesso loro di vedere che “il recupero dei pazienti è strettamente legato al grado di realizzazione di questo collegamento” ha fatto sapere l’Inserm.

I pazienti che vogliono recuperare uno stato di coscienza presentano dei livelli di connessione comparabili a quelli osservati nei soggetti sani. Al contrario, una diminuzione della comunicazione tra le due zone prevede un’evoluzione sfavorevole verso uno stato vegetativo o di coscienza minima“, spiegano Stein Silva (CHU – centro ospedaliero universitario di Tolosa) e Patrice Péran (Inserm), all’origine di questa scoperta. Un passo avanti che potrebbe quindi consentire ai medici di essere meglio informati dei progressi dei loro pazienti in coma.

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