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Il 23 gennaio 2015 la maggioranza degli Stati membri ha deciso di avviare i negoziati internazionali per raggiungere un accordo legale al fine di proteggere gli oceani. Infatti, il 64% degli oceani non dipende da nessuno Stato. Le zone economiche esclusive (ZEE) comprendono esclusivamente le prime 200 miglia di mare (circa 370 chilometri) più prossime alla costa. Inoltre, la comunità internazionale ha concordato una serie di normative che disciplinano gli aspetti specifici di esplorazione e di sfruttamento della biodiversità animale e vegetale presente nelle acque lontane e della potenziale ricchezza dei fondali marini.

Blue Marble image of Earth (2005)

Dal 2006, i diplomatici hanno discusso la possibilità di un rafforzamento giuridico della gestione di queste aree che può servire non solo agli Stati che hanno la capacità tecnica e scientifica di sfruttare queste zone di mare, ma all’intera comunità internazionale.

Il diritto del mare secondo l’ONU

Ci sono voluti dunque nove anni per capire (e decidere) che era necessaria la stesura di un nuovo accordo internazionale. In teoria, dal 1982, molti testi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) salvaguardano gli oceani. Questi testi regolano la navigazione civile, prevedono alcune norme di protezione dell’ambiente relativo alle acque costiere e supervisionano lo sfruttamento delle risorse relative alla pesca. Su questa base, si sono aggiunte delle normative più di specifiche per la protezione delle balene, la gestione regionale delle specie pescate, l’esplorazione dei fondali marini, etc.

Oceani

Scoperta di molecole di interesse

CONDIVISIONE. “Ci sono quattro buone ragioni per avere un nuovo accordo che sia giuridicamente vincolante e che obblighi gli Stati a condividere il controllo degli oceani“, afferma Julien Rochette. Il primo è lo sfruttamento delle risorse genetiche marine in grado di produrre delle molecole di interesse farmaceutico o chimico. Attualmente, solo i paesi sviluppati possiedono le navi e i sottomarini capaci di esplorare delle zone specifiche come per esempio i siti idrotermali dei fondali marini e di ottenere risultati relativi alla fauna selvatica che vive lì. I paesi in via di sviluppo richiedono quindi una “condivisione dei benefici” (vale a dire dei profitti) che esiste già per le scoperte fatte sul loro territorio terrestre. Questi stessi paesi vogliono dunque un rafforzamento del trasferimento delle tecnologie nord/sud in modo da avere anch’essi i mezzi per accedere a queste risorse.

I due ultimi motivi sono ambientali. “Al momento non è possibile stabilire le aree marine protette in alto mare“, ricorda Julien Rochette. Bisogna quindi creare un quadro giuridico specifico. Infatti, non esiste una procedura che obbliga un’industria a rispettare l’impatto ambientale, in caso di esplorazione dei fondali marini.

Se i fautori di un nuovo testo hanno vinto una battaglia, non è sicuro, tuttavia, che questa procedura vada a buon fine. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre ha lanciato dei negoziati creando una commissione per la preparazione di un progetto di testo. Ma non è stata stabilita nessuna data e gli Stati membri non si sono posti nessuna scadenza.

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