Allevamenti intensivi tra allarmismo e realtà
4 (80%) 1 vote

Non c’è giorno che passi senza un documentario, un’inchiesta, una fotografia, un video su Youtube proveniente da allevamenti e il cui scopo è mostrare al mondo intero le sofferenze a cui sono sottoposti gli animali, costretti a stare in gabbie molto strette, ingurgitare farmaci e mangimi di scarsa qualità ed essere macellati senza alcuna etica. Ma è veramente così? Cosa ne pensa chi questi luoghi li conosce davvero, invece di farci una incursione ogni tanto per strappare qualche ascolto in più? Gli allevamenti sono tutti dei lager, o è possibile l’armonia tra produzione industriale e benessere animale?

Quando la carne è sostenibile è perché a monte lo sono anche gli allevamenti da cui proviene l’animale. Stando ai dati del CIWF, in Europa più dell’80% delle carni proviene da allevamenti intensivi: animali geneticamente selezionati per una produttività e una resa sempre maggiore. Non si capisce dove sarebbe il problema, visto che il percorso di qualità che molti di questi allevamenti stanno compiendo, nell’ottica della sostenibilità, è quello di minimizzare gli sprechi di energia e di risorse. Non solo, l’impegno etico degli allevatori è sempre più orientato all’assicurazione delle migliori condizioni di vita per gli animali.

Se è vero che gli allevamenti intensivi sono da sempre, nel comparto zootecnico, punto di riferimento della produzione che ha come obiettivo la quantità della produzione finale, è altrettanto vero che oggi ci si orienta sempre più verso la qualità, ovvero verso il rispetto degli animali e delle loro condizioni di vita. Anche negli allevamenti intensivi l’animale può avere un habitat idoneo al suo benessere.

Tra l’Emilia-Romagna e la Lombardia, oltre 700 soci una cooperativa nel settore delle carni bovine fresche che rappresenta il 10% della realtà nazionale hanno sottoscritto un disciplinare di produzione (documento tecnico sottoscritto dall’allevatore) in cui vengono riportati alcuni standard da rispettare. Un quadro di standard a cui si aderisce volontariamente e con la consapevolezza di elevare la qualità degli allevamenti.

A partire dallo spazio a disposizione di ogni animale (elevato da 1,50 a 3 metri quadri per ogni capo bovino), che deve consentire a tutti i capi di coricarsi contemporaneamente, per proseguire con il ricambio d’aria obbligatorio per evitare eccessive concentrazioni di ammoniaca e idrogeno solforato.

Specificatamente, i parametri che vincolano l’allevatore sono:

  • Identificazione e rintracciabilità di ogni capo di bestiame
  • Alimentazione dei bovini
  • Benessere degli animali
  • Tipologia e requisiti strutturali delle stalle di allevamento
  • Divieto assoluto dell’utilizzo di promotori di crescita

Un interessante esempio di allevamento virtuoso e sostenibile, non c’è che dire. Solo uno dei tanti, nel contesto italiano. E di sicuro una realtà ben diversa da quella presentata da alcune trasmissioni televisive più scandalistiche, che informative.